A noi di Lubu Lab ci informano sempre tardi, nemmeno fossimo l’ultima ruota del carro.
E se anche lo fossimo (com’è probabile che sia), facciamo comunque il nostro sporco lavoro di rotolare sotto il carro non diversamente dalla prima ruota, di cui – notate bene – siamo stretti parenti per via anzitutto della forma geometrica, ragion per cui, a prescindere dalla loro collocazione in rapporto al carro, sia la prima che l’ultima ruota fanno identicamente capo allo stesso distretto dell’iperuranio (quello riservato al cerchio) con le medesime prerogative e la medesima dignità d’ogni altra cosa che a questo mondo abbia forma circolare.
Comunque, stamattina siamo svegliati di buon’ora da una telefonata anonima. La voce contraffatta di chissà quale becchino letterario sciorina precipitosamente che ieri, 52 anni fa, Sylvia Plath si è suicidata a Londra: aveva 31 anni. Pare che prima abbia preparato pane e burro e due tazze di latte per Frieda e Nicholas, i suoi figli, e che abbia sistemato la colazione sui loro comodini. Dopodiché ha sigillato con nastro isolante e asciugami la porta della loro stanza: era una brava madre, nei limiti del possibile. Infine, è scesa in cucina, ha aperto il gas e infilato la testa nel forno. Vi pare questo il modo di andarsene?
Sulla Plath potremmo dire molte cose ma, purtroppo, lo stupido sfogo di cui al primo capoverso ci ha preso tutto lo spazio (per quanto stupidi, i vivi hanno oggettivamente un vantaggio sui morti: sono appunto vivi e decidono loro). Non resta che pubblicare di seguito l’ultima poesia di Sylvia: “Edge”, “Limite”, fatta delle parole cedevoli da cui questa donna, così diffidente verso ogni astrazione iperuranica, si è sporta verso il buio.

Limite
La donna ora è perfetta
il suo corpo
morto ha il sorriso della compiutezza,
l’illusione di una necessità greca
fluisce nei volumi della sua toga,
i suoi piedi
nudi sembrano dire:
siamo arrivati fin qui, è finita.
I bambini morti si sono acciambellati,
ciascuno, bianco serpente,
presso la sua piccola brocca di latte, ora vuota.
Lei li ha raccolti
di nuovo nel suo corpo come i petali
di una rosa si chiudono quando il giardino
s’irrigidisce e sanguinano i profumi
dalle dolci gole profonde del fiore notturno.
La luna, spettatrice nel suo cappuccio d’osso,
non ha motivo di essere triste.
È abituata a queste cose.
I suoi neri crepitano e tirano.