Nel linguaggio comune il numerale “settecento” viene spesso usato con funzione di quantificatore enfatico: “Oggi ho settecento cose da fare”, cioè oggi ho tantissime cose da fare, sono impegnatissimo. Ebbene, c’è da credere che certi nostri concittadini, quando si è diffusa la notizia del naufragio di settecento migranti (stima che nelle ore successive sarebbe cresciuta fino a novecentocinquanta), abbiano inteso “settecento” proprio in questi termini: ne sono morti un sacco. Non erano settecento persone cui dare un nome e, magari, anche una storia; era solo la quantificazione per eccesso di un macellaio che ti pesa la carne per il barbecue.

E naturalmente se ne sono rallegrati, come dimostrano i seguenti commenti che citiamo, solo a titolo d’esempio, da Facebook: “Scappano perché sono dei vili e non combattono a casa loro, e sono doppiamente vili perché scappano abbandonando madri figli mogli. Non meritano nulla”; “Vengono qui a farsi mantenere e stanno sempre con una bottiglia in mano o a mendicare”; “Il 99% sono terroristi!!!!”; “Stessero nei loro paesi!!!”; “Vivere a SCROCCO comporta dei sacrifici… x alcuni la vita :-)”.

Poi, c’è quell’idiozia (per giunta criminale) del blocco navale davanti alle coste della Libia, sostenuta da ampi settori della destra, del centro e da singoli esponenti di quel brillante partito che è oggi il PD di Renzi.

Il punto è che, alla luce dei commenti sopra riportati, a noi sembra che il blocco navale varrebbe in entrambe le direzioni: come ad alcuni impedirebbe di entrare, così ad altri impedirebbe di uscire: uscire da se stessi. Prima che navale, si tratta di un blocco mentale, di una paralisi, di una segregazione volontaria e collettiva nelle nostre paure, nei nostri egoismi, nella nostra rabbia, nella nostra malinconia, tra le macerie di un Paese realmente desolato, di là da ogni hashtag ottimistico.
Settecento anni di galera, settecento blocchi navali intorno alle nostre vite arenate.