Proprio oggi, nel 1600, a Campo de’ Fiori, cioè nel centro stesso di Roma, un altro giordano, Giordano Bruno, veniva arso vivo, e quella volta ad accendere il rogo fu, diciamo così, il Papa.

febbraio 17, 2015 / Attualità, Cultura

Giordano Bruno e la santa asinità

Non c’è dubbio: abbiamo tutti sperimentato orrore e disgusto davanti alla morte atroce toccata al pilota giordano arso vivo dai jihadisti dell’ISIS (scrivo ISIS, perché IS all’italiana fa schifo), gli stessi che ora si dicono minacciosamente a sud di Roma.

Ma proprio oggi, nel 1600, a Campo de’ Fiori, cioè nel centro stesso di Roma, un altro giordano, Giordano Bruno, veniva arso vivo, e quella volta ad accendere il rogo fu, diciamo così, il Papa. Cosa vuole sostenere adesso Lubu Lab? Che i due fatti si equivalgono? Che noi siamo stati in passato come loro sono oggi? Rispondere di sì temo che significhi non capire.

L’Europa ha avuto una fortuna: non sono mai prevalse quelle forme di cristianesimo che predicavano, ad esempio, il pauperismo o propugnavano un’interpretazione letterale delle Sacre Scritture. Diversamente, oggi vivremmo come gli Hamish in America e brandiremmo anche noi coltellacci puntandoli alla gola degli infedeli. Invece, è prevalso il cattolicesimo, che era tanto lasso sul piano etico, e pragmatico sul piano politico, quanto raffinato e profondo sul piano teologico e filosofico. Bruno fu il primo ad asserire che l’universo fosse infinito, quando sia i sostenitori dell’eliocentrismo sia quelli del geocentrismo lo immaginavano ancora racchiuso da un cielo esterno. Ma non si basava su presupposti scientifici, bensì lo deduceva dalle proprie premesse metafisiche e teosofiche, come un qualunque scolastico. E se Descartes non avesse studiato profondamente Suárez, avrebbe passato la vita a tentare di trasformare il piombo in oro.

Ma questa che è stata in principio una fortuna è divenuta col tempo la nostra gabbia. Se l’ISIS è oggettivamente indigeribile, un nazi-islamismo da cui speriamo presto di liberarci, il cattolicesimo è una forma più duttile, mobile e adattiva di potere o di influenza. Quando nel 1889 all’inaugurazione della statua di Giordano Bruno in Campo de’ Fiori tutta l’Italia liberale e socialista si riunì per celebrare il valore della laicità dello Stato, il Papa, infastidito ma paziente, già aspettava in San Pietro l’occasione buona per rifarsi, occasione che venne puntualmente con il fascismo e i Patti Lateranensi. La Chiesa allora non esitò a farsi catto-fascista, come all’occorrenza può divenire catto-comunista o, grazie all’anestesia del carisma, proclamare un sedicente Stato universale della bontà e dell’altruismo.

Quando, all’ultimo momento, gli fu avvicinata la croce, Giordano Bruno, questo frate domenicano sfratato, questo calvinista scalvinato, questo filosofo degli infiniti mondi, questo geniale cultore di logica combinatoria e di arti mnemoniche, si girò dall’altra parte e si espose alla fiamme senza il conforto di quella che lui aveva sdegnosamente chiamato la “santa asinità”. Bruno morì da uomo libero, ma nel profondo c’è da credere che fosse anche disgustato dalla propria illusione di poter cambiare la Chiesa. La Chiesa non cambia, perché la sua essenza più stabile consiste proprio nel cambiare di continuo: lentamente, sì, ma inesorabilmente.