Bene, oggi c’è lo sciopero della scuola. Il Redattore K. ha brigato (non sappiamo quanto nei limiti della legge) per risultare iscritto ad un Liceo Coreutico, così da poter manifestare a pieno titolo il suo dissenso. Com’è ovvio, la protesta del nostro Redattore non potrà che vertere sulle parole: “La buona scuola”.
Intanto, dare un nome proprio ad una legge dello Stato è cosa che andrebbe vietata: oltre ad essere sciocco, è anche contrario a quel senso di neutralità dei provvedimenti che dovrebbe caratterizzare uno Stato di diritto.
In effetti, l’espressione “La buona scuola” è la prova di quanto la comunicazione (intesa come tecnica) possa rispondere a intenti sostanzialmente antidemocratici, se democrazia è anche rispetto dell’opposizione cui occorre garantire spazi d’espressione, dignità e ascolto.
Tuttavia, chi è contro questa riforma (senza voler entrare nel merito delle sue ragioni) è costretto a dirsi contro “la buona scuola”, esponendosi con ciò alle conseguenze di una deduzione sommaria del tipo: “Se sei contro la buona scuola, allora sei per la cattiva scuola”, quanto basta per porsi al di fuori di ogni possibile ragionevolezza, perdendo con ciò stesso ogni titolo a parlare.
Ma anche senza spingersi tanto in là, in base alle stesse premesse linguistiche che il contestatore subisce, la sua protesta non potrà che assumere una curvatura sottilmente negativa e ambigua. Infatti, occorre che appaia sempre dalla parte sbagliata, che sembri cattivo, ottuso e retrivo, qualcosa insomma su cui sarà bene infine prevalere, così che il vincitore coincida anche con il buono. Ecco come si demonizza e si disinnesca un’opposizione: la si costringe dentro un sistema logico e linguistico formale in cui le sue asserzioni risultino costantemente autocontraddittorie. Non c’è nulla di più odioso e mortificante di quest’uso violento delle parole.
Come si vede, poi, il lessico usato è principalmente di tipo morale. “Buono” è la categoria principale dell’etica la quale, però, attiene alle azioni (e non alle cose) e consiste nel procedimento razionale con cui si cerca di attribuire ai comportamenti umani un rilievo deontologico, cioè di aggiungere al loro essere anche un dover-essere.
Ma allora, perché mai la scuola dovrebbe dirsi “buona”? In che senso? Naturalmente, in un senso estremamente vago e improprio e, se vogliamo, perfino infantile: i buoni e i cattivi (“Tu con chi vuoi stare?” ecc.). Ma essere vaghi e impropri con riguardo all’istituzione che dovrebbe insegnare ad essere precisi e pertinenti è già in sé una dichiarazione d’impotenza e d’incompetenza, oltre che di malafede. Quanto poi all’essere infantili, siamo sicuri di poterci ancora permettere d’essere governati da persone che amano così tanto giocare con le parole? Il Redattore K. ha il forte timore che stiamo ancora scambiando il dire con il fare.