Il modo più definitivo è procurarsi una lesione alle aree corticali prefrontali dell’emisfero destro del cervello che, come dimostrato dalle neuroscienze, sono particolarmente coinvolte nella formazione del senso del tempo. Ma ve lo sconsigliamo.

Se la selezione naturale ha fatto insorgere negli animali meccanismi nervosi atti a produrre il tempo, è proprio perché il tempo serve alle più elementari esigenze della vita. Meglio rivolgersi a rimedi meno drastici e più reversibili. E uno di questi è di certo l’arte.
In verità, per un artista fermare il tempo è solo una parte, o un aspetto, di un problema più generale: “Come posso manipolare il tempo in modo che serva ai miei sordidi scopi rappresentativi?”. In linea di massima, questa manipolazione punta a creare uno scarto significativo tra il tempo misurabile che impieghiamo per fruire dell’opera e il tempo che sorge dall’interno dell’opera stessa e che la scandisce, la struttura e la colora.

Quando questo scarto si produce efficacemente (cioè a vantaggio del tempo interno dell’opera), allora il nostro tempo è messo tra parantesi e noi entriamo a far parte di un altro tempo ancora, dal quale infine dovremo sì uscire ma nel quale intanto dobbiamo riconoscere d’essere caduti con tutte le scarpe: il nostro tempo è fermo per lasciarne scorrere un altro.
Come succede sempre con Proust. Non importa di cosa quei baffi ci stiano parlando: quando avranno finito, a noi resterà comunque l’impressione d’esserci assentati per più tempo del previsto e che sarebbe stato bene avvisare a casa. Proviamo:

“Quando le ore si fasciano di discorsi, non possiamo più misurarle, anzi neppur vederle: svaniscono, e d’un tratto il tempo veloce e così giocato ci ricompare davanti a gran distanza dal punto in cui l’avevamo lasciato. Mentre, se siamo soli, la preoccupazione, riportandoci innanzi quel momento ancora lontano e continuamente aspettato con la frequenza e l’uniformità d’un tic-tac, suddivide, anzi moltiplica le ore per tutti quei minuti che, fra amici, non avremmo contati”.

Ecco, è successo di nuovo. Cosa? È successo che, mentre leggevo, non è successo letteralmente niente o, se è successo, non è successo a me: fermare il tempo è, in fondo, solo un volersi proteggere dall’evento conclusivo del nulla.

(La citazione è tratta da M. Proust, I Guermantes, trad. M. Bonfantini, Einaudi, Torino 1985, p. 379).