Ieri, l’antropologo forense Francisco Etxebarria ha confermato che fra i resti umani recuperati nella cripta del convento delle Trinitarie Scalze, nel Barrio de las Letras a Madrid, si può fondatamente ritenere che “ci sia qualcosa di Miguel de Cervantes”. La certezza assoluta non c’è, visto che non sarà possibile fare il confronto del DNA, ma un’elevata probabilità sì, “alla luce delle informazioni di carattere storico, archeologico e antropologico raccolte”.

Dunque, abbiamo recuperato “alcuni frammenti di Cerventes”: una mandibola, parti delle braccia e di un’anca. Frammenti di quest’uomo ignorato che, catturato dai mori, si fece cinque anni di cattività in attesa che qualcuno pagasse il riscatto, di quest’uomo deluso che voleva scrivere per arricchirsi e invece visse sempre sull’orlo della povertà, di quest’uomo che aveva perso tutti i denti frammentandosi già in vita, di quest’uomo tormentato dalla reputazione della sorella e della figlia di lei giudicate un po’ mignotte, di quest’uomo che aveva pure qualche problemino con la giustizia. Una mandibola, qualche altro osso sparso: possono questi considerarsi “frammenti di Cervantes”, “qualcosa di Cervantes”? O piuttosto solo l’estrema conferma della miseria di un uomo che, dopo aver vissuto tanto male, poi è sprofondato nella cieca ineluttabilità della frantumazione, della polverizzazione di sé?

No, povero Miguel, noi preferiamo definire “frammento di Cervantes” quanto segue, per esempio: “Non muoia, signor padrone, non muoia. Accetti il mio consiglio, e viva molti anni, perché la maggior pazzia che possa fare un uomo in questa vita è quella di lasciarsi morir così senza un motivo, senza che nessuno lo ammazzi, sfinito dai dispiaceri e dall’avvilimento. Su, non faccia il pigro, si alzi da questo letto, e andiamocene in campagna vestiti da pastori come s’è fissato, e chi sa che dietro a qualche siepe non si trovi la signora Dulcinea disincantata, che sia una meraviglia a vedersi”, come Sancho Panza disse al suo amato cavaliere ormai in fin di vita.