Un tetto sopra la testa: il linguaggio è per lo più questo, è uno dei tanti ripari in cui ci imbuchiamo per difenderci dalle intemperie, per salvarci la pelle. Saper chiedere un bicchiere d’acqua è il primo ritrovato a nostra disposizione per non morire di sete, sebbene chiedere bicchieri d’acqua sia alla lunga di una noia mortale. Quante persone ben idratate scelgono alla fine di puntarsi un revolver alla tempia!

Ma cosa accadrebbe se un istante prima di premere il grilletto il linguaggio smettesse di essere il tetto che ci ripara e diventasse, a sua volta, la pioggia che ci sferza e ci travolge? Se il bicchiere d’acqua che abbiamo correttamente saputo chiedere diventasse di colpo un abisso racchiuso in pareti di vetro? Forse abbasseremmo il revolver e ci metteremmo a guardare meglio come stanno davvero le cose.

Ecco, leggere Il tamburo di latta produce esattamente questo effetto: il linguaggio ci si rivolta contro e, con ciò stesso, si mostra per quel che è. E non è più la noiosa sequenza controllabile di formule utile a dissetarci, piuttosto è un pullulare sinistro di anguille che ci sbranano. È allora che scopriamo l’orrenda verità: noi siamo il pasto del linguaggio, siamo ciò di cui parla ciò con cui si parla.

Ecco perché, secondo Günter Grass, per raccontare qualcuno bisogna risalire indietro di almeno tre generazioni, perché siamo l’esito di lunghe digestioni di lontane storie e di complicate geografie (impossibile leggere Grass senza una cartina dettagliata della Germania sotto mano).

Allora, messi da parte i revolver, se quel che ci circonda ancora ci fa schifo, meglio munirci di un tamburo di latta e limitarci a parlare picchiandoci sopra, ridurre le parole alla materia di cui sono fatte; in definitiva, toglierle di mezzo: “Si può star seduti in eterno su una panchina di parco, fino a diventare di legno e bisognosi di comunicazione”.